
martedì 3 novembre 2009
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giovedì 29 ottobre 2009
Carlo V: i peccati di gola di un Imperatore
Re di Spagna a 16 anni, imperatore del Sacro Romano Impero a venti, condottiero, conquistatore implacabile con i nemici (siano essi il re di Francia Francesco I, il Papa o i nobili seguaci della Riforma di Lutero) uomo di fede integerrimo e un tantino rigido, Carlo V, il sovrano sul cui regno non tramonta mai il sole, ha una sola debolezza: la buona tavola. Perché lui spagnolo per parte di madre (Giovanna di Castiglia passata alla storia soprattutto per il fatto di essere diventata pazza) è per nascita, costumi e cultura un fiammingo “bon viveur” e non disdegna le grandi abbuffate. Il che però non giova alla sua salute, a 30 anni ha già la gotta (cui si aggiunge poi il diabete) e le intemperanze alimentari gli giocano brutti scherzi lungo tutto il corso della vita, con relativi patemi d’animo per il suo numeroso entourage. Ma l’Imperatore non ascolta né i medici gli suggeriscono una dieta meno ricca, né il consigliere spirituale il cardinale Loyasa il quale gli scrive di astenersi “dal magiare cibi contrari alla sua salute” perché dal suo benessere fisico in sostanza dipende anche la sopravvivenza del regno e la vita dei sudditi. Insaziabile, Carlo V mangia quantità di cibo tali da lasciare senza fiato servitori e cortigiani che lo vedono ingurgitare qualsiasi alimento gli venga messo di fronte. Il sovrano ama in particolare i piatti saporiti, le trote, i pasticci di anguilla, le acciughe di Andalusia e le lamprede di Siviglia, ma anche le salsicce tedesche, la cacciagione, è goloso di dolci e, come tutti gli Asburgo, di melone. Stravizi che i pettegoli ambasciatori veneti notano e riferiscono con dovizia di particolari anche perché alla fine questo è l’unico difetto visibile e documentabile di un uomo rigorosissimo con se stesso e con gli altri. I massacri, le continue guerre che devastano l'Europa e il sanguinosissimo sacco di Roma, quelli non entrano nel computo dei peccati perché fanno parte del gioco. Anche alla fine della sua vita, quando dopo aver abdicato sceglie di ritirarsi nella solitudine del monastero di Yuste in Estremadura, la gola continua ad essere la sua grande debolezza e mentre è ancora in viaggio fa una tale indigestione di frutti di mare da essere costretto a fermarsi a metà strada. Ma si riprende subito e il giorno dopo si dedica già ad un copioso pranzo a base di selvaggina. Una intemperanza che preoccupa chi gli sta intorno e contribuirà senza dubbio ad accelerarne la fine, ma di cui si compiacciono gli aristocratici delle Fiandre, abituati per costume a pranzi gagliardi e sostanziosi. “Mangia più di noi – dicono – è proprio è il nostro re”. giovedì 22 ottobre 2009
Gioielli reali: i cammei dell'imperatrice Joséphine
Joséphine moglie del re di Svezia Oscar I con il diadema di cammei ereditato dalla nonna Imperatrice dei FrancesiInnanzitutto quello, finito male, fra la giovane marsigliese Désirée Clary ed un ufficiale di artiglieria di origine corsa, il quale le preferisce un'aristocratica molto mondana, bellissima e molto ben introdotta nella brillante società post rivoluzione francese. Lei si consola con un altro soldato, Jean-Baptiste Bernadotte che sarà maresciallo dell’Impero, eroe di tante battaglie e poi re di Svezia, scelto dall’ultimo sovrano della dinastia Wasa priva di eredi diretti. Nel frattempo il fidanzato fedifrago, ovvero Napoleone Bonaparte, diventa Primo Console, conquista l'Europa, si proclama imperatore dei francesi, viene sconfitto a Waterloo e finisce i suoi giorni nella sperduta isola di Sant’Elena. Joséphine de Beauharnais, la donna che aveva strappato Napoleone a Désirée, viene abbandonata a sua volta e muore nel 1814, ma lascia due figli di un precedente matrimonio, Eugenio ed Ortensia. Eugenio, amatissimo dal patrigno che lo adotta e lo fa viceré d’Italia (ma il congresso di Vienna lo declasserà a semplice duca di Leutchemberg), porta all'altare la principessa Augusta Amalia di Baviera e da queste nozze nasce, tra gli altri, Joséphine la quale sposa, nel 1823, il principe ereditario di Svezia, Oscar, unico figlio, guarda caso, di Désirée diventata, anche se un tantino controvoglia (odia il freddo e adora la vita mondana di Parigi) regina di Svezia.

La sovrana, ha dimenticato il passato o comunque decide di sorvolare, ed accoglie con affetto come nuora la nipote dell’antica rivale. Grazie a questo matrimonio oggi nelle vene dei sovrani svedesi (e anche in quelle di re e regine di Norvegia, Danimarca, Belgio e Lussemburgo) scorre il sangue dei due più grandi e celebri amori dell’Imperatore. E il ricordo di quelle passioni si è tramandato anche attraverso le pietre preziose.
La dote della la giovane Joséphine comprende infatti, come d’uso all’epoca, anche una serie di meravigliosi gioielli, alcuni dei quali provengono direttamente dallo scrigno della ex Imperatrice dei francesi. La parure di cammei e perle, che consiste in un diadema con annessi orecchini, collier e spilla è quasi sicuramente quella realizzata nel 1809 dal gioielliere parigino Nitot (antenato di Chaumet) per l’Imperatrice, nonna paterna della giovane sposa. La tiara in particolar è un oggetto insolito ed elegantissimo, composto da una serie di grossi cammei, circondati di piccole perle ed intervallati da un delicato decoro floreale realizzato in oro giallo. Tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo le antichità greco-romane fanno furore e oltre agli abiti in stile impero diventano di gran moda i gioielli che ricordano i monili del periodo classico, fra cui appunto i cammei. Napoleone in particolare ha una vera passione per i cammei (che "scopre" durante la campagna d'Italia del 1796) e addirittura promuove a Parigi una scuola "glittica" diventata presto famosa per la qualità degli oggetti prodotti. Immediatamente i cammei vengonmo utilizzati anche dai grandi gioiellieri per creare ogni sorta di ornamento, talvolta montati con dei semplici castoni, in altri casi circondati da un giro di perline, proprio come nella parure svedese.
Alla morte della regina Joséphine le sue gioie sono divise fra i figli e la parure di cammei viene assegnata al principe Eugenio, ma questi non avendo eredi la presta spesso alle varie principesse reali e poi decide di offrirla in dono a Sibylla di Sassonia-Coburgo-Gotha, sposa del pronipote il principe Gustavo Adolfo, e madre dell’attuale sovrano. Due delle sorelle di re Carlo XVI Gustavo, Brigitte e Désirée portano il diadema nel giorno delle loro nozze, ma è sulla testa di Silvia Sommerlath che la tiara di cammei diventa davvero celebre. La ex hostess di origini tedesco-brasiliane sceglie infatti di indossarla il 19 giugno del 1976 quando sposa re Carlo XVI Gustavo diventando così regina di Svezia. Sono passati quattro anni dal casuale incontro alle Olimpiadi di Monaco, ma la coppia ha dovuto attendere la morte di Gustavo VI Adolfo, nonno e predecessore del re. L’anziano monarca, moderno per certi aspetti (uomo coltissimo e notoriamente “liberal”, vedi qui) era però estremamente conservatore riguardo i matrimoni regali e al nipote ed erede mai avrebbe permesso l’unione con una ragazza di origini borghesi.
Il diadema di cammei dona in modo particolare alla bruna e bellissima Silvia, splendida sposa oltre che "Dancing Queen". Il seguito, ovviamente con le nozze reali, alla prossima puntatavenerdì 16 ottobre 2009
Gli "Anni di Grace Kelly" da oggi a Roma: in mostra la vita di un mito contemporaneo
L’esposizione comincia con una galleria di copertine di giornali illustrati degli anni Cinquanta, periodo in cui Grace era passata da attrice prediletta di Hitchcock a sovrana del Principato di Monaco: le locandine di «Life», «Time» ma anche di «Paris Match», «Gente» e «Oggi». Il percorso prosegue con le fotografie di scena di Eric Carpenter, della Metro Goldwin Mayer, alternate agli scatti di artisti come Howell Conant, Cecil Beaton, Irwing Penn. Seguono le lettere della principessa scritte a personaggi di spicco come Jackie Kennedy, Maria Callas, Alfred Hitchcock e Cary Grant. Ci sono poi i filmati di vita privata che la principessa gira con abilità di regista in molti momenti importanti della sua esistenza. Gli abiti da sera di Christian Dior, Oleg Cassini, Balenciaga, Chanel (tra i quali spiccano l'abito di seta nera a fiori indossato in occasione del primo incontro con Ranieri di Monaco e il celebre abito da sposa in seta ecru di Helen Rose) gli accessori (con in primis la celebre borsa "Kelly" di Hermès) e poi i gioielli di Cartier e di Van Cleef&Arpels, comprese le repliche dei diademi regali. “La morte prematura della principessa Grace -osserva Mitterrand - l’ha iscritta nella tragica serie dei destini da leggenda, conferendole il risalto atemporale proprio delle fiabe. Quella di cui l’attrice americana è stata l’eroina è stata tuttavia una delle storie più commoventi, perché tra le ultime dei tempi andati e la prima di epoca moderna”. “Tutto questo – conclude Mitterand – dovrebbe permettere di ritrovare l'universo incomparabile della Principessa Grace e di evocare il significato che comporta , per ognuno di noi, la sopravvivenza del suo ricordo”.
Da venerdì 16 ottobre 2009 a domenica 28 febbraio 2010 tutti i giorni (tranne il lunedì) dalle 10 alle 19 e 30; il venerdì e la domenica dalle 10 alle 20 e 30. Informazioni e prenotazioni di gruppi prenotazioni@fondazionememmo.it, tel. 06-6874704.
- di Grace Kelly (ed anche di questa mostra) avevo già diffusamente parlato qui, perché lei secondo me è stata un personaggio straordinario, indimenticabile, una vera grande icona del XX secolo. Soprattutto da attrice, perché in effetti dopo le nozze si è un po' rifugiata nel confortevole e rassicurante stile/atteggiamento bcbg (bon chic, bon genre) tanto caro alla borghesia francese;
- dalla fondazione Memmo, che gestisce le mostre a Palazzo Ruspoli, ho avuto una ricca cartella stampa, con molte immagini. Ci ho pensato un po', avevo anche fatto una piccola scelta, però poi alla fine ho preferito metterne una sola, perché ma voi l'avete mai vista una donna più bella ed elegante di questa? E non c'è altro da dire, con buona pace di chi mi pronosticava (qualche commento fa) l'esaurimento (del blog) se non avessi pubblicato molte e belle foto;
- il mio film preferito è "Caccia al ladro", ma vi assicuro (testato nel luglio scorso) che l'atmosfera all'hotel Carlton di Cannes non è più la stessa, dommage...;
- se volete saperne di più su Grace e la "Kelly" leggete qui;
- se volete saperne di più su Grace tout court, qui trovate la biografia di Robert Lacey."È un vulcano dalla cima innevata" disse di lei Alfred Hitchcock;
- se vi fa piacere potremmo pensare di organizzare un'uscita di gruppo (non in torpedone, ma semplicemente ritrovandoci tutti a Roma) per andare a vedere questa mostra.
martedì 13 ottobre 2009
Vincenzo I Gonzaga: niente nozze senza la prova di virilità
mercoledì 7 ottobre 2009
Gli abiti di corte della "Regina di Maggio" in mostra a Parigi
Si è vero, lo ammetto senza vergogna, parlo spesso di Parigi, della Francia e di eventi che si svolgono oltralpe, ma ho già confessato la mia totale dipendenza all'exagone, alla sua lingua, alle sue abitudini-tradizioni-storia, quindi portate pazienza. Inoltre di questra mostra, nel sito della Fondazione Mona Bismack (qui) ci sono delle foto stupende che quasi, quasi sembra di stare lì. La mise en scène d'altronde è di un grande (che avrei amato anche di più se fossi stata filiforme come Audrey Hepburn), il mitico e sempre in forma nonostante l'età Hubert de Givenchy. Da oggi fino al 12 dicembre i saloni della Fondazione Mona Bismarck a Parigi accolgono una splendida esposizione di costumi storici, ovvero mantelli di corte e abiti da sera, provenienti dal guardaroba dell'ultima regina d'Italia. Molti degli oggetti presentati facevano addirittura parte del corredo nuziale della futura regina. Infatti, contrariamente all'uso che voleva le spose (regali e non) già dotate di abbigliamento dalla famiglia di origine, il raffinatissimo principe di Piemonte non solo disegna il vestito da sposa della fidanzata, ma scegliere presso le più importanti sartorie italiane abiti e manti per le cerimonie ufficiali. Maria José, sposa straniera, viene quindi rivestita per simboleggiare l’assunzione della nuova nazionalità, in una sorta di “rito di passaggio” che affonda le sue radici in una tradizione antica. Tutti gli abiti da sera sono particolarmente rappresentantivi del gusto dell'epoca e benché realizzati in Italia riflettono stili e linee tipiche della moda parigina, leggi Madeleine Vionnet, Elsa Schiapparelli e Paul Poiret ed i lunghi mantelli, che venivano indossati dalle donne di casa reale in occasione delle cerimonie di corte, testimoniano l'abilità ed il gusto delle sartorie italiane. Il guardaroba segue la regina in esilio e oggi appartiene alla Fondazione Umberto II e Maria José di Savoia presieduta dalla principessa Maria Gabriella di Savoia, uno dei quattro figli della coppia. Qui le immagini con molti dettagli e visioni di insieme di questa mostra davvero splendida. Maria José (1906-2001), nata principessa del Belgio, è nota come la "regina di maggio" perché la sua pernamenza sul già traballante trono dura neanche 24 giorni, dall'abdicazione del suocero Vittorio Emanuele III avvenuta il 9 maggio 1946 al 2 giugno dello stesso anno, quando il referendum abolisce definitvamente l'istituto monarchico. La figlia di re Alberto I e della coltissima Elisabetta di Baviera (figlia a sua volta di un fratello della mitica Sissi) sposa l'8 gennaio 1930 il principe Umberto di Savoia, ma già conosce la il paese di cui diventerà sovrana perché, in vista di un possibile matrimonio, aveva passato alcuni anni di "formazione" in un celebre collegio fiorentino per "signorine" bene, Poggio Imperiale. Sulla vita di Maria José (i suoi rapporti con un marito probabilmente non innamorato e con un suocero difficile, in pieno ventennio fascista lei che veniva da un ambiente ultra democratico ed ultra intellettuale) si è molto detto. Se volete conoscere meglio la Regina di Maggio, una delle biografie più interessanti è sicuramente quella che ha scritto il giornalista Luciano Regolo su "La regina incompresa" (ed. Simonelli) e che trovate qui e qui.
domenica 4 ottobre 2009
Lord Mountbatten, l'ultimo viceré - terza parte

Atene 1962: Lord Mountbatten, l'infanta Beatrice (a sinistra) e l'infanta Cristina, figlie della cugina Vittoria Eugenia ex regina di Spagna arrivano alla festa che precede le nozze di Juan Carlos di Borbone e Sofia di Grecia Negli anni successivi quello che ora è conte di Birmania (earl of Burma per dirla all’inglese) raggiunge anche un altro obiettivo che completa il riscatto familiare e ripaga le umiliazioni subite nel passato. Nell’aprile 1955 Mountbatten diventa primo lord dell’Ammiragliato, lo stesso ruolo ricoperto dal padre che si era dovuto dimettere a causa della nascita tedesca. Nel luglio del 1958 è capo di stato maggiore della Difesa e sei mesi dopo comandante in capo delle Forze Armate britanniche. Ricoperto di onori, medaglie e riconoscimenti militari, lord Louis nel 1960 ha il dolore di perdere la moglie Edwina, stroncata da una crisi cardiaca durante uno dei suoi viaggi in Estremo Oriente. Gli restano le figlie (la prima Patricia è sposata con lord Brabourne che diventa un famoso produttore cinematografico, la seconda Pamela con l’architetto David Hicks) e ben undici nipoti che adora e lo adorano. A dire il vero i nipoti diretti sono solo dieci, l’undicesimo è un pro nipote, ma per Carlo principe di Galles Mountbatten è più che un nonno "onorario", è un esempio, un punto di riferimento, un amico, una guida e la sua villa di campagna a Broadlands un rifugio sicuro.

Lord Mountbatten negli anni '70 al balcone di Buckingham Palace con la regina (al centro), il principe Filippo e la principessa Anna
Con il passare del tempo, soprattutto dopo la morte di re Giorgio VI e l’ascesa al trono, lord Louis diventa anche confidente della giovane regina Elisabetta II della quale diventa, a partire dal 1953 aiutante di campo. Zio Dickie è sempre disponibile per un consiglio in qualsiasi materia, politica interna, estera, vita privata. Mountbatten, che per carattere ama essere al corrente di qualsiasi evento o problema, ha anche per via della sua carriera e dei legami familiari conoscenze e contatti in tutto il mondo. Sua sorella è la regina di Svezia e lui è intimo amico del cognato re Gustavo VI Adolfo, è cugino della ex regina di Spagna Vittoria Eugenia e molto legato del figlio di lei, il pretendente al trono don Juan conte di Barcellona suo collega e compagno nella Royal Navy, frequenta capi di stato e primi ministri, ma sa anche parlare come pochi altri alla gente comune e sa ascoltare. Zio Dickie, quando Filippo comincia a trattare la moglie in modo arrogante e a trascurarla (leggi anche a tradirla), prende le difese della regina la quale spesso se ne va a Broadlands. Di conseguenza il rapporto con Filippo, sempre più freddo e distaccato, si congela del tutto quando Mountbatten prende le difese di Carlo. Pensionato a partire dal 1965 lord Louis si impegna in molte cause, fra cui la presidenza dei Collegi del Mondo Unito, e convince il genero lord Brabourne a girare un film sulla sua vita. “Mountbatten – dice il suo biografo Richard Hough – era vanitosissimo, ma sempre con un gran senso dell’umorismo. Quando perdeva o veniva contraddetto non era una compagnia piacevole, però non era cattivo di animo e non portava rancore”.
Abbazia di Romsey, la tomba di Lord Mountbatten foto di D.A. per gentile concessione
"Morire non mi preoccupa", aveva dichiarato, aggiungendo però che gli sarebbe piaciuto contemplare il suo funerale per il quale aveva lasciato minuziosissime istruzioni che vengono rispettare alla lettera. Nella navata della cattedrale di Westminster c'è tutta la famiglia reale e il viso pietrificato dal dolore del principe Carlo la dice lunga sulla sua sofferenza interiore e sulla sua solitudine morale. Folta anche la rappresentanza di teste coronate venute a rendere omaggio all'ultimo viceré: i re di Norvegia e di Svezia, il granduca del Lussemburgo, la regina d'Olanda, il principe di Monaco e quello del Liechtenstein, il conte di Barcellona che rappresenta il figlio re di Spagna, l'ex re di Grecia. "Non dovrete essere tristi" aveva detto Mountbatten sempre riferendosi alle sue future esequie e la sua spiegazione era stata semplice "ho avuto una vita così felice e talmente ricca". Ma le circostanze, la contemporanea morte del nipote Nicholas e quella, poco lontano sempre lo stesso giorno e sempre per un attacco dell'Ira, di diciotto soldati britannici, rendono del tutto vano questo desiderio del vecchio soldato. La cerimonia del 5 settembre solleva un'onda di incredibile emozione in tutta la nazione. Duecento cadetti della Royal Navy tirano l'affusto di cannone su cui è posato il catafalco ricoperto dalla Union Jack e sul quale sono stati deposti il suo bastone di ammiraglio, la feluca, lo stendardo personale e la spada. Dopo di che il suo corpo andrà a riposare nell'abbazia di Romsey, di fronte al mare, per sempre.
Sua nipote India Hicks, che aveva undici anni al momento dell’attentato, ne parla come di un uomo “grande e amorevole”. “Quello che mi ha veramente segnata – ha raccontato India in una intervista al settimanale francese Point de Vue – è stata la sua grandezza, in senso lato ed in senso figurato. Era enorme, gigantesco. E’ stato il centro della nostra famiglia; passavamo tutte le vacanze scolastiche insieme con i cugini, ho dei ricordi meravigliosi, il nonno ci ha veramente uniti tutti gli uni agli altri”. La mattina dell’attentato India, che aveva trascorso il giorno precedente a pesca con lord Louis, preferisce non partecipare alla nuova uscita in mare e resta casa. Poco prima di uscire Mountbatten entra nel salone e le chiede di “stare attenta al cane”. E’ il suo ultimo ricordo del nonno.
Meno di due anni dopo India Hicks (oggi affermata designer) è una delle damigelle d’onore al matrimonio del principe Carlo, suo padrino, con lady Diana Spencer che, guarda caso, aveva fatto breccia nell'animo del principe di Galles proprio ricordandogli l’amato zio recentemente scomparso. Diana incontrandolo, qualche mese dopo l'attentanto, ad una battuta di caccia gli si era avvicinata ed era riuscita vincere il suo riserbo dicendogli che gli era sembrato molto triste mentre percorreva la navata di Westminster il giorno del funerale di Mountbatten. “E’ stata la cosa più tragica che io abbia mai visto – prosegue Diana – Il mio cuore sanguinava per te mentre ti guardavo. Ho pensato che eri così solo; dovresti stare con qualcuno che si prenda cura di te”.
Aggiungo a commento personalissimo della frase qui sopra (riferita dalla stessa Diana ad Andrew Morton nella celebre biografia) che naturalmente lui, Carlo, c'è caduto con le conseguenze che tutti conosciamo.




